C’è un’ombra che si allunga dietro la facciata ordinata delle grandi aziende: una sorta di entropia silenziosa, dove l’ispirazione sembra esaurirsi proprio mentre aumentano gli investimenti monumentali in nuove tecnologie. Spesso si preferisce rincorrere l’ultimo trend, come i massicci capitali riversati sull’Intelligenza Artificiale, senza calcolarne l’impatto reale a lungo termine o chiedersi come valorizzare ciò che è già a nostra disposizione. Eppure, la realtà ci mette continuamente davanti a barriere concrete: tensioni geopolitiche, budget ridotti e risorse naturali sempre più scarse.
La risposta a questa complessità non sta nel produrre soluzioni sempre più costose e fragili (potenziali vittime delle pressioni di contesto), ma nel riscoprire una dote antica: l’arte di fare di più (e meglio) con meno. È questo il cuore dell’economia frugale, un concetto che l’esperto di innovazione Navi Radjou ha esplorato a fondo e che oggi trova una declinazione pratica e accessibile per il mercato italiano nel suo nuovo libro, Economia frugale. Come le imprese possono fare di più con meno e costruire un mondo migliore, tradotto per Egea da Trivioquadrivio.
Essere frugali non significa affatto rassegnarsi all’austerità o impoverirsi; significa cambiare radicalmente prospettiva. Significa smettere di concentrarsi su ciò che manca e iniziare a guardare le risorse esistenti con occhi nuovi, puntando su soluzioni semplici, robuste e ad alto impatto. Come scriveva l’economista E.F. Schumacher (1911-1977) nel suo celebre manifesto Piccolo è bello:
L’uomo è piccolo e, pertanto, il piccolo è bello. Sganciare la tecnologia dalla sete di gigantismo significa rimetterla al servizio dell’essere umano.
Il passaggio cruciale è soprattutto culturale: dobbiamo superare l’idea che il successo si misuri solo attraverso la performance e il consumo per dimostrare la sostenibilità, anche finanziaria, di un modello più essenziale.
Ma come si impara a pensare in questo modo all’interno di organizzazioni abituate da sempre alla logica dell’abbondanza lineare? Come è possibile trasformare un saggio di economia in un comportamento aziendale quotidiano?
La risposta può trovarsi in uno strumento apparentemente inusuale, ma profondamente scientifico: la metodologia LEGO® SERIOUS PLAY® (LSP). Questo metodo nasce originariamente nel mondo corporate proprio per superare i limiti della pianificazione strategica tradizionale, basata su lunghe e astratte discussioni teoriche. Attraverso l’uso guidato dei famosi mattoncini, LSP capovolge l’approccio classico: non si parla per concetti astratti, si costruisce con le mani per dare forma visibile ai pensieri. Questo passaggio dal verbale al tridimensionale non è un semplice gioco, ma una tecnologia sociale che agisce come la perfetta controparte operativa dell’economia frugale. LSP, infatti, non richiede infrastrutture complesse o costosi software di simulazione; al contrario, mette in scena i principi di Navi Radjou in modo squisitamente esperienziale, offrendo alle organizzazioni un laboratorio pratico dove allenare la mente a ottimizzare le risorse e a decidere in condizioni di scarsità.
Innovazione frugale e vincoli: i constraints come architettura del pensiero
Nel saggio di Radjou, il vincolo non è mai vissuto come una gabbia, ma come la vera scintilla dell’immaginazione e dell’innovazione frugale. Quando l’abbondanza genera spreco e pigrizia progettuale, la scarsità costringe a prioritizzare, eliminando il superfluo per far emergere solo ciò che conta davvero. Questa dinamica richiama l’intuizione del filosofo e sociologo Zygmunt Bauman (1925-2017), il quale ricordava che: l’eccesso di possibilità può paralizzare la scelta, mentre il limite circoscrive lo spazio dell’azione rendendola significativa.
Nel disegno di un workshop LEGO® SERIOUS PLAY®, i vincoli di tempo, di materiali e di consegna creano una precisa “architettura frugale” dell’apprendimento. Di fronte a un timer che scorre e a un numero limitato di mattoncini, la tendenza a perdersi in sovrastrutture complesse svanisce. Con pochi pezzi si è costretti a trovare metafore più essenziali, pulite e intelligenti. Il limite fisico del materiale sblocca la mente e allena i team a prendere decisioni strategiche rapide in condizioni di scarsità guidata. Meno scelta si traduce, paradossalmente, in una maggiore profondità di analisi.
Dalla competizione alla coopetition: il modello dei distretti industriali italiani
Nel panorama internazionale, l’Italia detiene un primato straordinario e spesso sottovalutato: siamo al primo posto in Europa per produttività delle risorse, generando un valore compreso tra 3,7 e 4,7 euro di PIL per ogni chilogrammo di materiale consumato, superando partner industriali storici come Francia e Germania. Questa efficienza non è nata in laboratorio, ma affonda le radici nel tessuto profondo dei nostri distretti industriali, dove le imprese cooperano e competono contemporaneamente. È la logica della coopetition.
Pensiamo al distretto tessile di Prato: se in passato la filiera si basava sull’importazione di lana vergine dalla Nuova Zelanda, la pressione delle crisi geopolitiche ha spinto il territorio a valorizzare le proprie “miniere urbane”. Oggi il distretto rigenera vecchi abiti raccolti nel raggio di appena 30 km, accorciando e localizzando l’intera catena del valore. In un mondo in cui le risorse scarseggiano, muoversi da soli o scontrarsi frontalmente con i concorrenti è semplicemente inefficiente. L’economia frugale spinge a condividere reti, asset e conoscenze. Il biologo ed epistemologo Humberto Maturana (1928-2021) amava ripetere che: la competizione è biologicamente e socialmente dispendiosa; è la cooperazione a costituire la spina dorsale della conservazione e dell’evoluzione dei sistemi viventi.
LEGO® SERIOUS PLAY® rende visibile questo passaggio in modo plastico. Nei workshop si parte dai modelli individuali — dove ognuno esprime la propria visione e la propria priorità, portando anche una naturale dose di competizione — per poi convergere verso la costruzione di uno scenario condiviso. In quel momento, l’atteggiamento cambia: si passa dal difendere il proprio spazio all’utilizzare i pezzi di tutti per costruire qualcosa di più solido. I modelli diventano la metafora trasparente delle risorse aziendali: il gruppo impara a negoziarne l’uso, a ottimizzarle e a dare vita a un risultato che nessuno avrebbe potuto ottenere isolandosi nel proprio perimetro.
Sostenibilità aziendale ed economia circolare: progettare per un ecosistema allargato
La transizione verso un’economia consapevole non è una sfida che la singola azienda può vincere da sola. Un altro verbo cardine descritto da Navi Radjou, legato alla radice latina frug (frutto), è valorizzare (fructifying). Si tratta della capacità di dare nuova linfa e utilità a risorse che oggi consideriamo scartate, sottoapprezzate o inutilizzate. Proprio da questa idea di valorizzazione collettiva, nata durante la crisi globale del 2008, ha preso vita originariamente la sharing economy.
Per fare questo, serve un’evoluzione psicologica netta: dobbiamo smettere di guardare ai modelli di business con l’occhio dell’individualismo aziendale e iniziare a progettare soluzioni per gruppi di imprese che collaborano all’interno di un perimetro condiviso. È un ampliamento progressivo del concetto di “Noi”: prima come comunità, poi come filiera e infine come intero ecosistema vivente. Questo cambio di paradigma sposa la tesi dell’economista e premio Nobel Elinor Ostrom (1933-2012) sulla gestione dei beni comuni (commons): i gruppi umani sono perfettamente in grado di auto-organizzarsi e gestire risorse scarse senza l’imperativo della privatizzazione o del controllo centralizzato, purché creino regole condivise e fiducia reciproca.

Il grande cambiamento prospettato da Navi Radjou all’interno del suo volume: superare il modello aziendale tradizionale iper-strutturato, centrato sull’IO, per progettare soluzioni collettive e relazionali, centrate sul NOI.
In questo scenario, il framework LSP si comporta come una vera e propria tecnologia sociale che incarna l’essenza dell’economia circolare e collaborativa. Attraverso regole semplici e l’uso di pochissimi strumenti accessibili, azzera le distanze gerarchiche, fa emergere l’intelligenza collettiva e permette a reti di imprese e territori di mappare i propri punti di forza nascosti. Aiuta a visualizzare le interconnessioni e a pianificare strategie ad alto impatto senza bisogno di infrastrutture pesanti o investimenti insostenibili.
Conclusioni: abitare i margini con l’intelligenza collettiva
Oggi la vera innovazione dirompente non si muove dai centri direzionali, dove spesso l’ispirazione si sta esaurendo. La spinta più interessante arriva dai territori, dalle periferie, dai “bordi” del sistema. È lì che la pressione della realtà costringe le comunità ad adattarsi, a trovare soluzioni collettive e a fare di necessità virtù. Come teorizzato dai pensatori della complessità, i margini sono zone di confine fertili, dove il caos non distrugge, ma genera un ordine spontaneo e forme di adattamento inedite.
I vincoli e la scarsità che caratterizzano i nostri mercati non sono una condanna, ma una straordinaria leva di innovazione. LEGO® SERIOUS PLAY® offre lo spazio perfetto per allenare questa postura mentale: una palestra in cui spogliarsi del superfluo, riscoprire il valore dell’essenziale e accorgersi che gli strumenti per costruire risposte resilienti sono, molto spesso, già sul nostro tavolo. Non servono risorse infinite per generare valore; basta l’ingegno collettivo per combinare nel modo giusto i pezzi che abbiamo già.
Scritto da Fabio Fumagalli, Organizational Complexity Facilitator (LEGO® SERIOUS PLAY® & MAPPS®) per Serious Play Italia, con il contributo di Navi Radjou, Regenerative Futurist. French-American Scholar on Frugal Innovation and Wise Leadership. Global Top 50 Management Thinker



